
Il bilancio di una vita dedicata all'emergenza. Intervista con Filippo Tami
a pochi mesi dal pre-pensionamento. Tra ricordi, riflessioni e uno sguardo al futuro.
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Dopo una lunga carriera nel mondo del soccorso, Filippo Tami si accinge a lasciare il suo ruolo per un pensionamento anticipato. Una decisione ben ponderata, che arriva al termine di un percorso professionale e umano intenso, vissuto tra emergenze, cambiamenti strutturali, trasformazioni culturali e soprattutto persone. Dopo 39 anni di attività nel soccorso – di cui 11 come direttore generale dell’Associazione che, oltre al servizio autoambulanze, gestisce anche uno studio dentistico e un servizio che eroga corsi per gestire le emergenze sanitarie – in questa intervista ripercorriamo con lui le tappe più significative del suo cammino. Dagli inizi come giovane volontario fino al ruolo di direttore, ricoperto con un approccio unico, capace di coniugare gestione e presenza sul campo. Ci racconta il soccorso di ieri e di oggi, le conquiste, le difficoltà, le emozioni vissute e i dilemmi etici incontrati lungo la strada. Ma soprattutto, emerge con forza la sua visione profonda e autentica di un mestiere che, ancora oggi, definisce “il più bello del mondo”, nonostante – o forse proprio grazie – alla sua complessità. Un dialogo sincero, che lascia spazio anche a un messaggio per le nuove generazioni di soccorritori e uno sguardo sul futuro del sistema.
Partiamo dall’inizio: cosa ti ha spinto, da giovanissimo, a iscriverti al corso di soccorritore volontario? Ricordi com’è nata quella scintilla che ti ha fatto intraprendere questa strada?
Ho iniziato il mio percorso presso l’allora E.R.A. di Agno, perché a Lugano, non essendo ancora maggiorenne, non mi avrebbero preso. Forse tutto è iniziato un po’ per caso. La mia famiglia gestiva delle sale cinematografiche nel Cantone. Da adolescente avevo iniziato a coltivare la passione per il cinema lavorando spesso come maschera e operatore. Uno di questi era il Cinema Rex, e proprio accanto c’era un passaggio stretto che portava al cortile del quartiere Maghetti, dove si trovava l’allora sede della Croce Verde Lugano.
Ricordo che mio nonno parcheggiava a volte in modo un po’ “stile libero”, e l’ambulanza faceva fatica a uscire. Il mondo del soccorso mi incuriosiva. A quel punto, c’erano anche altri elementi che mi attiravano. Probabilmente avevo visto qualche film che mi aveva affascinato. In più casa mia era frequentata da amici di mia sorella che studiavano medicina e mi aiutavano a ripassare le lezioni di anatomia che facevo a scuola.
Hai detto più volte che fare il soccorritore è “il lavoro più bello del mondo”. Cosa rende questa professione così speciale rispetto ad altre? È davvero una vocazione, o c’è qualcosa di più?
Sto cercando di quantificare i numerosissimi colloqui di assunzione fatti nella mia carriera, con soccorritori professionisti e volontari. Alla domanda “quali sono i motivi che ti spingono a scegliere questo lavoro” quasi tutti rispondono: “Per rendermi utile agli altri.” È vero: alla fine, sei davvero utile agli altri. Ma, secondo me, spesso quello che ricevi da questo lavoro è persino superiore a quello che dai. Il fatto di svolgere un’attività che, da un momento di calma assoluta, può improvvisamente catapultarti in una situazione complessa ed estrema... beh, questo è qualcosa di profondamente stimolante. È un lavoro che nutre anima e corpo, perché richiede presenza, lucidità, azione e contatto umano. È un mestiere fatto di azione – almeno nell’immaginario di chi inizia. Ma anche nella realtà c’è sempre un elemento di imprevedibilità: ogni intervento è diverso, ogni contesto ti mette di fronte a nuove sfide. E tutto questo è affascinante. E poi c’è il senso di gratitudine. Quello che ricevi dalle persone per cui intervieni, a prescindere da quanto tu abbia fatto. Anche solo il fatto di essere arrivato in un momento di crisi, di aver portato presenza, sicurezza, ha un impatto enorme. E quella gratitudine – silenziosa o espressa – è una delle cose più importanti di questo lavoro.
Dopo tanti anni, pensi che ci sia ancora spazio per l’istinto e la creatività nel lavoro del soccorritore, oppure oggi è tutto protocollo e procedure?
Ho l’impressione che, purtroppo, si sia un po’ persa una certa flessibilità mentale. Nei giovani soccorritori noto una tendenza alla standardizzazione: tutto è molto incasellato, c’è quasi timore ad uscire dagli schemi. Mi sembra che siamo passati da un estremo all’altro: da un’epoca in cui l’improvvisazione era necessaria, perché mancavano mezzi e risorse, a quella attuale in cui tutto è codificato, regolato da protocolli precisi, e l’attività si svolge secondo procedure molto standard.
Se si esce da questi binari ogni tanto vengono a mancare reazioni di istinto che possono essere vincenti per risolvere quella situazione particolare. A volte mi capita di osservare situazioni in cui i soccorritori, anche se molto competenti dal punto di vista tecnico, sembrano perdere quel pizzico di flessibilità operativa che potrebbe fare la differenza. Quella che definisco “creatività buona” è ancora una parte bella e viva di questo mestiere. Perché non sempre tutto va come previsto, e serve spesso adattarsi, trovare un’altra via, fare una scelta diversa da quella immaginata inizialmente o dalla classica “soluzione di scuola”.
Immagino che l’istinto torni utile soprattutto in situazioni complesse, come le evacuazioni o i contesti non convenzionali. È lì che serve davvero pensare fuori dagli schemi?
Certo, non tanto per quanto riguarda l’aspetto terapeutico, ma nel contesto più operativo, come ad esempio nella fase di evacuazione, dove le situazioni possono essere molto diverse tra loro. Nel contesto clinico-terapeutico, invece, è necessario seguire procedure ben definite, e non c’è spazio per l’improvvisazione. Oggi è proprio una questione di forma mentis: un modo di pensare strutturato, protocollo alla mano.
Ti è mai successo, nel corso della tua carriera, di chiederti se intervenire fosse davvero la scelta giusta? Quei momenti in cui etica, legge e umanità sembrano andare in direzioni diverse. Come si gestisce quel conflitto?
Sì, penso che ci sia una forte componente etica e morale nel nostro lavoro. Ci sono situazioni in cui il confine tra ciò che possiamo fare e ciò che dovremmo fare non è così chiaro. Quando ci troviamo davanti a pazienti anziani o a persone che hanno deciso, lucidamente, di lasciarsi andare — magari attraverso il suicidio — per principio siamo chiamati a intervenire. Ma dentro di noi, a volte, ci chiediamo: “È giusto farlo?”. Ricordo un episodio che mi ha profondamente colpito, tanto da rappresentare un vero punto di svolta nella mia carriera. Ero stato chiamato per un trasferimento a domicilio. Dovevo trasportare un uomo di circa quarant’anni, in stato vegetativo, curato amorevolmente a casa. Il motivo del trasporto era semplice: cambiare una cannula in ospedale. Durante il tragitto, la moglie – con grande serenità – mi raccontò che il marito si trovava in quello stato a causa di un arresto cardiaco, e che eravamo stati noi a rianimarlo. Vedere il risultato del nostro intervento, in quel corpo ormai immobile, mi ha fatto dubitare. Mi sono chiesto: “Abbiamo fatto bene?” Ma non ho avuto il tempo di completare quel pensiero, perché la moglie ha aggiunto: “Vi sarò grata per tutta la vita per averlo salvato. Oggi è ancora con me.” Quelle parole mi hanno colpito come un fulmine. In quel momento ho capito che non siamo noi a dover giudicare. Forse, visti da fuori, certi interventi sembrano inutili o addirittura dannosi. Ma per quella donna, la gratitudine era totale. Quel momento – accaduto più di 20 anni fa, prima ancora dell’introduzione dei defibrillatori in Ticino – ha cambiato per sempre il mio modo di vedere questo lavoro. Mi sono detto: “Chi sono io per decidere se era meglio non intervenire?” Anche quando affrontiamo casi di suicidio, ci troviamo davanti a un altro paradosso: intervenire per salvare qualcuno che non vuole più vivere può sembrare quasi una violenza. Eppure, il nostro compito è sempre lo stesso: intervenire con la massima professionalità, con il massimo impegno, anche quando sappiamo che stiamo, almeno in apparenza, andando contro la volontà di quella persona. Perché, alla fine, non possiamo sapere tutto. Non possiamo sapere cosa accadrà dopo. E non possiamo sapere cosa significherà, per chi resta, quel nostro gesto.
Hai descritto i soccorritori come “attori protagonisti nella vita altrui”. Ti sei mai sentito come un intruso in una storia che non era la tua, entrando nelle case delle persone in momenti di estrema fragilità?
Non ti senti un intruso, almeno non all’inizio. Quando qualcuno chiama il 144, ti sta chiedendo aiuto, e questo ti legittima a entrare nelle case, a prendere temporaneamente in mano la situazione, a guidare – in un certo senso – un pezzettino di vita delle persone. Ma ci sono anche momenti in cui, inevitabilmente, ti senti un po’ fuori posto. È lì che l’esperienza fa la differenza: ti insegna a capire quando fermarti, quando la situazione sta cambiando, quando non sei più tu a dover agire, ma il paziente a dover riprendere il controllo. È una questione di equilibrio, sensibilità e buon senso. Hai a che fare con persone, persone che hanno diritti, pensieri, paure. E devi saperle ascoltare. Una delle cose più importanti che ho imparato è che, a un certo punto, ti devi mettere da parte. Non serve per forza fare o dire qualcosa. Basta essere presenti, restare nella stanza, a disposizione. E se poi qualcuno ti chiede qualcosa, puoi intervenire. Altrimenti, te ne vai in punta di piedi. Questa è una qualità che alcuni soccorritori hanno più naturalmente, altri la sviluppano col tempo. Ed è preziosa. Ricordo, ad esempio, una madre che aveva perso il figlio per suicidio. Ci siamo incontrati per caso sei mesi dopo, in un centro commerciale. Si è avvicinata e mi ha detto: “Lei per me è stato molto importante in quel momento.” Io le ho risposto: “Ma signora, io non ho fatto niente…”. E lei mi ha detto: “No. Quando le ho fatto quelle due domande, le sue risposte mi hanno aiutato ad affrontare meglio quel momento.” Sono quelle situazioni che ti fanno capire il valore profondo del nostro lavoro.
Che messaggio ti senti di lasciare ai giovani soccorritori che stanno iniziando oggi questo percorso? Cosa devono sapere davvero, oltre la teoria e i protocolli?
Ogni tanto ho l’impressione che ci si concentri più su se stessi che sul senso del lavoro che si è scelto di fare. In ambito sanitario si è soliti dire: “Io sono qui per il bene del paziente.” Ma questa affermazione perde valore nel momento in cui, per esempio, suona il gong alle 10:50, il turno finisce alle 11:00, e si aspetta qualche minuto per il cambio senza pensare che, nel frattempo, dall’altra parte c’è una persona che sta soffrendo. Tre o quattro minuti, per chi sta male, non sono irrilevanti. Un minuto per noi può valere dieci per chi è in difficoltà. Questo è il tipo di attenzione e sensibilità che non dobbiamo mai perdere. Di recente, ho riflettuto su quanto è stato conquistato nel tempo. Ci sono stati progressi enormi dal punto di vista tecnologico, medico e delle condizioni lavorative. È importante ricordare da dove siamo partiti per apprezzare ciò che abbiamo ottenuto.
Quando ho cominciato, molte delle condizioni attuali non esistevano: non c’era il riconoscimento, la formazione era limitata, i mezzi tecnici scarsi. Abbiamo fatto tanta strada. E oggi, chi fa questo lavoro gode di una buona sicurezza, condizioni favorevoli, e spesso anche di grandi soddisfazioni. Ma bisogna anche chiedersi: cosa prendi tu dal lavoro che fai? Perché scegli questo mestiere? Quali aspettative hai? È vero: uno sceglie di fare il soccorritore pensando a interventi d’urgenza, situazioni adrenaliniche. Ma poi, nella realtà, ci si trova a gestire ben altro. La casistica sta cambiando profondamente: aumentano i casi psichiatrici, i pazienti anziani, i pazienti con disagi sociali e le malattie croniche. La popolazione invecchia, e i bisogni cambiano. La formazione del soccorritore è molto improntata sulla gestione dell’urgenza, sulla traumatologia, con l’applicazione di protocolli e manovre tecniche anche molto spettacolari. Ma poi il lavoro quotidiano è fatto, nella maggior parte del tempo, di trasferimenti, casi sociali e psichiatrici. E questo sta creando uno scollamento tra le aspettative di chi sia avvicina a questa professione e il lavoro reale. Ne consegue alcune volte una certa insoddisfazione tra i soccorritori. Questi sentimenti possono essere difficili da capire da chi non fa questo lavoro. Ma sono aspetti importanti che meritano nel prossimo futuro di essere affrontati e discussi al fine di avere sempre personale competente, aggiornato e pronto ad affrontare nuove sfide. La casistica è cambiata in modo importante; la traumatologia stradale ad esempio è nettamente diminuita, per fortuna, grazie alla prevenzione e alla tecnologia presente oggi sulle autovetture. Fino ad una ventina d’anni fa ad esempio facevamo una trentina di incidenti stradali con pazienti incastrati per cui era necessario l’intervento dei pompieri per liberarli. Oggi i casi si contano sulle dita di una mano.
In tutti questi anni, c’è un episodio che porti con te come simbolo di cosa significa davvero fare questo mestiere? Una di quelle esperienze che ti hanno lasciato un segno profondo.
Negli ultimi anni in cui ho operato come capo intervento – non più come soccorritore sul campo – mi sono trovato spesso a occuparmi di aspetti molto tecnici dell’intervento e alla componente emotiva ed empatica del nostro lavoro. Parlo della gestione delle emozioni, sia dei soccorritori coinvolti, sia dei familiari delle persone assistite. Se penso alle esperienze più tragiche vissute, ne ricordo con chiarezza alcune, tutte legate alla gestione della morte o a situazioni gravi: il momento del decesso, il confronto con chi rimane, con chi perde qualcuno. In quei momenti, la cosa più importante è essere presenti, con empatia, ascoltare e dare, laddove possibile, delle risposte. Poi la sensibilità personale e l’esperienza ti aiutano a trovare le poche parole per dare un po’ di conforto. Oppure a farti capire quand’è il momento di non dire nulla e di farsi da parte. Una delle esperienze che mi ha colpito di più, però, non è legata a qualcosa che ho visto direttamente, ma a qualcosa che mi è stato raccontato. È un paradosso: vivere una situazione drammatica attraverso le parole di qualcun altro, senza averla vista con i miei occhi, mi ha colpito profondamente. Penso, ad esempio, ai colleghi del 144. Loro ascoltano richieste di aiuto senza poter vedere cosa succede. Mi sono reso conto che, in certi casi, questo è persino più difficile da gestire rispetto a chi si trova fisicamente sul posto. Un episodio che mi porto dentro è un noto fatto di cronaca nera. Ho vissuto un omicidio indirettamente: mi sono occupato della testimone superstite, l’unica sopravvissuta. Il mio compito, come capo intervento, fu quello di stare con lei in attesa che la polizia la prendesse a carico. Due ore intense che attraverso il racconto di lei mi hanno fatto vivere il dramma che aveva appena vissuto. Una narrazione così potente che mi ha segnato profondamente; una di quelle cose che porti con te per tutta la vita, nonostante io non abbia visto nulla con i miei occhi. Solo molte settimane dopo ho chiesto di vedere le immagini della scena.
Ci sono state anche situazioni estremamente delicate che hanno coinvolto persone interne alla nostra associazione. Quando intervieni e ti rendi conto che la persona coinvolta è qualcuno che conosci, qualcuno “dei nostri”, tutto diventa ancora più difficile da gestire. Sono momenti che ti mettono alla prova, umanamente e professionalmente.
Quali sono i cambiamenti più significativi che hai vissuto durante la tua carriera, sia sul piano tecnico che su quello umano e culturale? Come è cambiato il soccorso in questi decenni?
La professionalizzazione del nostro settore è cresciuta moltissimo. Oggi abbiamo persone formate non solo dal punto di vista tecnico, ma anche per l’utilizzo delle nuove tecnologie. Penso, ad esempio, alla barella: un tempo si sollevava solo con la forza delle braccia e delle gambe. Ora, grazie agli ausili tecnologici, il lavoro è molto meno gravoso e più sicuro, sia per i soccorritori che per i pazienti. Tre settimane fa ho svolto un ultimo turno alla Rega: ho chiesto di poter partecipare come stagista per un giorno. Lì ho potuto toccare con mano quanto la tecnologia sia diventata un supporto concreto nel lavoro quotidiano del soccorritore. Dover portare una barella senza l’aiuto dell’automazione, ti fa davvero capire quanta strada abbiamo fatto. Non solo la tecnologia: anche la formazione, la collaborazione e il sostegno dei partner sono migliorati in modo significativo. Oggi abbiamo a disposizione risorse che, un tempo, non erano così performanti. Anche i pompieri sono cambiati, la polizia è cambiata, e questo ha contribuito a ottimizzare l’intero sistema di soccorso.
Oggi, se capita un intervento in ambito psichiatrico o con un paziente in forte stato di disagio, sappiamo che il nostro arrivo è supportato: la polizia è presente, mette in sicurezza l’ambiente, e ci permette di lavorare in condizioni più protette ed efficaci. Ricordo che, agli inizi, eravamo noi a occuparci direttamente della contenzione dei pazienti, utilizzando le cinghie. Anche la collaborazione con gli ospedali è molto cambiata e permette oggi una presa a carico ottimale, da casa del paziente fino al ricovero ospedaliero.
Sei stato uno dei pochi direttori a mantenere, parallelamente, anche un ruolo operativo sul campo. Come hai vissuto questo equilibrio tra gestione e azione? Pensi che ti abbia dato una credibilità diversa agli occhi del tuo team?
Sì, penso che la mia doppia funzione abbia rappresentato un valore aggiunto. Allo stesso tempo, riconosco che in alcune situazioni possa essere stata percepita in modo ambiguo o talvolta scomoda. La conoscenza approfondita di certi dettagli, ad esempio, può aver legittimato il mio intervento in ambiti che altri magari consideravano già di loro competenza. Questo ha potuto generare confusione sulla scala gerarchica. Mi spiego meglio: anche se io esprimevo un’opinione o davo un’indicazione, il soccorritore aveva comunque un capo diretto, ovvero il capo servizio. Ho sempre cercato di fare attenzione a rispettare i ruoli, ma ammetto che, in alcuni momenti, questa sovrapposizione di funzioni mi abbia reso una figura un po’ scomoda. Ho mantenuto la doppia funzione per diversi anni, e credo che, nel complesso, le cose siano andate abbastanza bene. Oggi, però, la situazione è diversa – in senso positivo. Abbiamo una struttura tale per cui il ruolo di direttore può essere ricoperto anche da una persona esterna, che magari non proviene direttamente dal mondo del soccorso. Anni fa questo non sarebbe stato possibile. Quando sono diventato direttore, semplicemente non eravamo pronti. Oggi invece sì. Abbiamo uno staff di quadri competenti, preparati e autonomi, che conoscono molto bene il proprio lavoro. C’è stata un’evoluzione importante da quando sono arrivato. Proprio per questo, il valore aggiunto che può portare una figura esterna è diverso: non sta tanto nella conoscenza del “micro”, perché ci sono già persone che se ne occupano con grande competenza, ma piuttosto nella capacità di portare una visione più ampia, strategica, manageriale. La Croce Verde di Lugano è diventata a tutti gli effetti una media azienda nel contesto cantonale. Oggi il ruolo di direttore può essere assunto da qualcuno con un’esperienza diversa dalla mia, più orientata alla gestione d’impresa e alla visione a lungo termine. E credo fermamente che il mio successore, Andrea Prati, porterà questo valore aggiunto.
Guardando al futuro: quali sono, secondo te, le priorità o le novità strategiche per i prossimi anni nel mondo del soccorso? Cosa c’è all’orizzonte?
Abbiamo vissuto un grandissimo cambiamento negli ultimi anni, e oggi mi rendo conto che anche la nostra attività sta cambiando. Le persone stanno cambiando. Siamo, secondo me, a un punto in cui il sistema di soccorso – in particolare quello ticinese, ma lo dicevo recentemente anche parlando con colleghi d’Oltralpe – necessita di una revisione. Non parlo di stravolgimenti, ma di un adeguamento alla realtà attuale. La popolazione invecchia, i casi sociali aumentano, il disagio pure. E quello che vedo nel nostro panorama è che mancano strutture intermedie tra l’assistenza domiciliare e l’ospedale. Questo fa sì che noi, operatori del soccorso, ci troviamo spesso a intervenire in situazioni che, in realtà, potrebbero e dovrebbero essere gestite da altri attori del sistema. Penso, ad esempio, alla psichiatria: ci sono sempre più casi in cui interveniamo per situazioni delicate, che richiederebbero una competenza specifica. Oppure ai pazienti anziani che rimangono a casa senza un’assistenza adeguata. Sempre meno medici di famiglia sono disponibili a effettuare visite domiciliari, e cosa succede? Chiami il venerdì alle 17:30, non trovi nessuno, provi con la guardia medica... alla fine arriva l’ambulanza. Noi andiamo, valutiamo, cerchiamo di aiutare... ma spesso non siamo le persone più adatte per quel tipo di intervento. Il sistema ticinese oggi merita una riflessione seria su queste situazioni. E credo che dovremmo farci promotori, assieme alle istituzioni e agli altri partner, per trovare soluzioni migliori, più efficaci anche dal punto di vista economico. Nel resto della Svizzera ci sono già iniziative interessanti. A Zurigo, per esempio, hanno avviato un modello infermieristico con triage sul posto e una serie di prestazioni che permettono di evitare il trasporto in ospedale. Pensiamo ad un paziente anziano che deve solo cambiare il catetere: portarlo in ospedale con l’ambulanza è quasi una forma di violenza. Quel tipo di intervento può essere fatto tranquillamente a domicilio, da professionisti formati. Servirebbe quindi una forma di cure infermieristiche d’urgenza a domicilio. Oggi ci sono alcune iniziative isolate, ma manca una visione comune, una strategia integrata che ci permetta di dire: “Ok, questo è un nuovo servizio che possiamo offrire, con competenze adeguate, al momento giusto.” Tornando alla psichiatria: in Ticino oggi ci sarebbero i numeri per istituire una ambulanza psichiatrica. In altre regioni della Svizzera, e anche all’estero, esistono già. Invece di mandare soccorritori diplomati – che non sono formati specificamente per gestire pazienti psichiatrici – potremmo impiegare infermieri specializzati in salute mentale, affiancati da un tecnico di ambulanza.
Non si tratta solo di nuove idee, ma di adeguarsi a una realtà che è già qui. Sta a noi costruire il futuro del soccorso, così come hanno fatto i nostri predecessori, partendo da una visione più ampia, più integrata, più adatta ai bisogni reali della popolazione. L’obiettivo è identificare le misure concrete per introdurre soluzioni alternative, che possano portare benefici non solo sul piano operativo, ma anche su quello finanziario. I nostri soccorritori, inoltre, stanno vivendo un crescente senso di insoddisfazione: il lavoro perde significato quando ci si trova spesso a gestire situazioni che esulano dalle proprie competenze o che potrebbero essere affrontate in modo diverso. Va anche considerato l’aspetto economico: il numero di pazienti che non pagano le fatture è in aumento, e questo rappresenta un ulteriore elemento di criticità per il sistema.
È quindi il momento giusto per una revisione del modello di intervento. Attualmente siamo intrappolati in un circolo vizioso: dobbiamo inviare un’ambulanza con un equipaggio completo anche quando, in molte situazioni, sarebbe possibile impiegare risorse differenti – più appropriate e con costi inferiori.
Un'ulteriore sfida sarà quella di poter continuare a collaborare con il personale volontario. Valore aggiunto presente solo in Ticino, il volontariato è un elemento che dobbiamo continuare a formare e ad integrare negli equipaggi di soccorso, a complemento dei paramedici e dei medici.
Croce Verde non è solo soccorso ed ambulanze; quali sono le sfide future per l’Associazione e per gli altri due servizi, quello medico dentario e il servizio formazione?
Croce Verde continuerà, in collaborazione con la FCTSA e con gli altri servizi, ad erogare corsi sanitari alla popolazione e ai partner in modo da potenziare la catena del soccorso. I risultati raggiunti nel nostro Cantone sono invidiabili. Avere sul territorio persone formate che sono in grado di allarmare i soccorsi in modo celere e corretto e di mettere in atto misure di soccorso, talvolta salva vita, è un valore aggiunto che va coltivato e intensificato. Il nostro personale istruttore, professionista e volontario, porta un grande valore aggiunto a queste formazioni in termini di competenza ma soprattutto di esperienza quotidiana sul campo.
Per quanto riguarda il Servizio Medico Dentario, la sua presenza sul territorio da oltre 100 anni, rappresenta per molti luganesi un punto di riferimento importante. Il servizio deve mantenere una connotazione sociale, al fine di poter sempre accogliere una tipologia di popolazione meno abbiente che presso di noi può beneficiare di tariffe leggermente più basse rispetto alla media della regione. Mantenere la connotazione sociale, anima del servizio, garantendo prestazioni di qualità, professionisti competenti e formati e una struttura moderna, è una sfida importante e che necessita grande cura ed attenzione. Negli anni abbiamo pertanto differenziato l’attività, assunto medici dentisti con esperienza e investito nella struttura. Questo per garantire una stabilità economica e finanziaria che permetta di poter continuare la nostra missione sociale senza gravare sui Comuni. Il Servizio Medico Dentario è e deve rimanere indipendente, a differenza del Servizio Autoambulanza che beneficia di contributi comunali attraverso il pro-capite.
Nota biografica:
Filippo Tami inizia la sua attività come soccorritore volontario a poco meno di 18 anni. Dopo aver concluso la scuola di Commercio, abbandona i suoi precedenti progetti di vita per formarsi come soccorritore professionista e lavora per 28 anni nel servizio ambulanza. Dapprima si occupa di formazione e gestisce il team dei volontari. Poi inizia una serie di percorsi formativi (ai tempi riconosciuti dalla Croce Rossa Svizzera) che gli permettono di specializzarsi nell’ambito della gestione dei servizi sanitari. A 25 anni entra a far parte del gruppo dei capi turno (oggi gli attuali capi intervento regionali), ricoprendo progressivamente ruoli di crescente responsabilità nel contesto del servizio, come membro del Gruppo Tecnico di Soccorso (attuale UIT-S), pilota dell’idroambulanza e, infine, capo servizio. All’età di 40 anni frequenta le aule dell’USI ed ottiene il Master in economia e gestione sanitaria e sociosanitaria. Dopo 15 anni alla testa del servizio ambulanza, nel 2015 viene nominato Direttore generale dell’Associazione. Appassionato di macro-emergenze, è uno dei 4 capi intervento cantonali, svolgendo regolarmente servizi di picchetto in occasione di eventi straordinari nel Cantone. È inoltre membro del Comitato della FCTSA, dove attualmente ricopre il ruolo di vice presidente, e ha partecipato attivamente a numerosi gruppi di lavoro per progetti a carattere cantonale. A livello nazionale fa parte del team di esperti dell’Interassociazione di Salvataggio. Dopo 11 anni alla testa dell’Associazione decide di rallentare e di “godersi il tempo” per dedicarsi ad attività un po’ trascurate nel corso della sua vita professionale.





